16 Marzo 2012 | Francesco Falcone

La sanguigna prestanza di un grande Côte Rôtie

of Francesco Falcone

Dove comincia il vino francese? Per me è iniziato dodici anni fa ad Ampuis, quaranta chilometri a sud di Lione, la città più gastronomica di Francia, una giostra di giacimenti classici che ha pochi eguali nel Paese: dalla Bresse giungono i volatili, dalle vicine montagne arrivano burro, panna e formaggi (Reblochon e tome di Savoia), dalle acque del lago di Annecy si pescano gamberetti, trote e altri pesci di acqua dolce e nei pascoli della vicina Roanne vengono allevati i pregiati bovini dello Charolais che impreziosiscono le cucine di Alain Chapel, Paul Bocuse, i fratelli Toisgrois, Georges Blanc e tanti altri chef della zona.

È iniziato quando ho visto il Rodano, che proprio a Lione riceve la Saône e si prepara ad affrontare i suoi 315 chilometri di peregrinazione verso il Mediterraneo. Il suo scorrimento è tonico e scalpitante, l’opposto del sonnolento corso della Loira, l’altro grande fiume francese.

È iniziato quando ho visto nei vigneti contorti e terrazzati della Côte Rôtie, splendidamente affacciati sul fiume, vecchie donne piccoline e vestite di nero potare le piante e sistemare i muretti a secco, con le loro facce grinzose e i modi gentili. Le pendenze sono straordinariamente aspre e per gestire le vigne ci vuole forza, ma soprattutto manualità e un baricentro basso, che saldi il corpo al terreno.

Dicevo di Ampuis, capitale (ma in realtà è un paesello) di una denominazione tanto piccola quanto famosa: i suoi 235 ettari vitati prevalentemente a syrah (per meno di ottocentomila bottiglie commercializzate ogni anno) danno vita a uno dei terroir più affascinanti d’Europa, frammentato in una settantina di lieux-dit e articolato lungo terrazzamenti di pietra che zigzagano su uno scosceso pendio roccioso rivolto a sud e a sud-est (scendendo a picco sul Rodano), dove i suoli argillosi si fanno ora più teneri e silicei (Côte Blonde), ora più compatti e ferrosi (Côte Brune).

Alle spalle del celebre Marcel Guigal, sono tanti i nomi importanti che meritano le attenzioni dei bevitori esigenti: Christoph Billon, Bonnefond, Bonserin, Clusel-Roch, Jean-Michel Gerin, Jasmin, Ogier, Jean-Michel Stephan e Jamet.

Quest’ultima azienda, condotta da Jean-Paul Jamet con suo fratello Jean-Luc, è la mia preferita: il loro Côte Rôtie assembla ben 25 parcelle ripartite su 15 lieux-dit della denominazione e permette di presentare un’eccellente sintesi di quel magico terroir a prezzi onestissimi (in Italia è importato da Fabio Rango e potrete acquistarlo presso l’Enoteca Ringo di Travagliato: 030.660592).

Di tutte le annate assaggiate, 2003 e 2004 hanno una marcia in più in termini di costituzione, armonia e spessore (e la prima delle due annate un ulteriore bonus di densità e di respiro), ma la versione che più a cuore mi sta è la 2006: sangue e sangue (carne cruda, emoglobina, ferro), fiori e spezie, frutti di bosco e salsa al pomodoro e una bocca che punta tutto sull’equilibrio e la disciplina tannica, senza mai apparire di maniera, senza mai apparire prevedibile. E in persistenza ancora sangue e carne cruda.

Il vino più sanguinolento e godibile bevuto negli ultimi anni.
Da non perdere se siete degli amanti del genere…

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